
Francavilla. Dalle sponde del fiume ai tavoli del potere regionale, la “riperimetrazione” del Parco fluviale si trasforma in un coro di no da parte di agricoltori e allevatori. Quella che l’Assessorato regionale al Territorio e Ambiente ha battezzato con il termine di “riperimetrazione”, si sta rivelando, metro dopo metro, un’espansione monumentale: un salto di scala vertiginoso che punta a proiettare l’attuale superficie protetta da 1.800 a 30.000 ettari. Dietro i tecnicismi si nasconde una clessidra che corre veloce. La data spartiacque è il 28 febbraio 2026, giorno in cui le Amministrazioni locali dovranno fare pervenire le proprie determinazioni, oltre quella soglia, scatterà il silenzio-assenso, un meccanismo che i detrattori leggono come un “escamotage” per imporre d’imperio un nuovo ente Parco calato dall’alto, bypassando il confronto democratico.
In questo scontro tra burocrazia e territorio, il grido di chi la terra la vive è un atto di accusa frontale. Mariangela Currò, allevatrice e volto di una resistenza generazionale, dichiara: «Per noi l’ampliamento non è protezione, è un cappio burocratico. Già ci districhiamo in un labirinto di permessi e aggiungere altri vincoli significa condannare alla chiusura le aziende agricole che del paesaggio sono i veri custodi. Senza produzione, l’area protetta non sarà un’opportunità, ma un algido museo del vincolo».
Dall’altro lato della barricata, il presidente del Parco fluviale, Carmelo Calabrò, ribadisce che «l’obiettivo non è la desertificazione economica ma una valorizzazione sistemica. Siamo pronti ad accogliere le istanze per emendare la proposta». Tracciare perimetri ignorando il respiro dei borghi e il sacrificio delle aziende agricole può comportare un rischio antropologico, trasformando quello che dovrebbe essere un santuario della biodiversità e un trionfo dell’ecologia in un recinto di spopolamento.





