
Il nostro territorio, straordinario e variegato, dai Nebrodi all’Alcantara, è un mosaico di identità, tradizioni e storie differenti. Ogni paese è un microcosmo a sé. Peccato che, al momento del voto, questi mondi così diversi finiscano quasi sempre per imboccare la stessa, noiosa e prevedibile autostrada politica. Cambiano i cartelli, cambiano i nomi, ma la direzione resta invariabilmente la stessa. In questo panorama, e a breve distanza dalle elezioni di due importanti Comuni come Bronte e Randazzo, diventa indispensabile compiere una distinzione preliminare, spesso ignorata: le figure in campo non sono tutte uguali, né per ruolo né per responsabilità. Confonderle significa rinunciare a comprendere davvero le dinamiche che regolano la vita pubblica. Da un lato c’è chi interpreta la politica come servizio: amministratori e rappresentanti che considerano il mandato elettorale un incarico temporaneo, da esercitare con misura, ascolto e rispetto delle istituzioni. Dall’altro emergono figure che vivono la politica come affermazione personale, dove il ruolo istituzionale diventa un’estensione dell’ego, la vittoria elettorale un’investitura permanente e il dissenso una minaccia da neutralizzare.
Sono due modelli di governance profondamente diversi, che convivono nello stesso spazio politico ma producono effetti opposti sulla qualità della vita democratica. Da una parte una governance fondata sul senso delle istituzioni, sulla responsabilità e sulla consapevolezza del ruolo; dall’altra una governance personalistica e difensiva, in cui il potere è vissuto come proprietà privata e non come funzione pubblica. La prima può essere riassunta in poche, lodevoli parole: è la governance di quei primi cittadini che interpretano il ruolo con serietà. Una governance che crede ancora nel valore delle istituzioni, che sa cosa significhi assumersi delle responsabilità e che, dettaglio tutt’altro che secondario, è consapevole dei propri limiti. È una governance che governa davvero, che decide e risponde delle proprie scelte, sapendo che l’incarico non è un titolo onorifico ma un impegno quotidiano. Perché le decisioni hanno conseguenze e le istituzioni non sono una scenografia. Roba quasi d’altri tempi, verrebbe da dire.
La seconda, invece, assume molte forme, ma segue sempre lo stesso copione. Nei comuni che hanno appena incoronato un nuovo primo cittadino, lo spettacolo si ripete con puntualità quasi seriale. Cambiano i protagonisti, qualche battuta viene aggiornata, ma la trama resta identica. Il colpo di scena preferito è il candidato che si sentiva già sconfitto e che, contro ogni previsione (sua compresa), si ritrova vincitore. Da quel momento, più che un mandato amministrativo, inizia una saga personale.
Il neo-eletto, travolto dall’emozione, sviluppa rapidamente una convinzione incrollabile: tutto ruota attorno a lui. Il municipio diventa il suo palcoscenico, l’amministrazione una prova di forza continua. Compaiono complotti immaginari, oppositori ovunque, traditori dietro ogni scrivania. Ogni critica è un attacco personale, ogni silenzio una cospirazione. Una sorta di Nerone in versione locale, solo e convinto di essere indispensabile, anche quando combatte battaglie che esistono solo nella sua testa. Peccato che il mondo continui a girare tranquillamente senza chiedergli il permesso. Anzi, spesso gira meglio quando qualcuno smette di confondere il ruolo istituzionale con un monologo autoreferenziale. Questa ossessione per la propria centralità non è segno di forza, ma di fragilità. È l’incapacità di accettare che il consenso non sia eterno, che il dissenso esista e che la critica non equivalga a un attentato personale. La vittoria elettorale, anziché essere un punto di partenza, diventa un lasciapassare per sospetti, epurazioni simboliche e narrazioni vittimistiche degne di una tragedia greca: tutti colpevoli, nessun responsabile. Leadership zero, paranoia cento. Nel frattempo l’amministrazione scivola nella caricatura del potere: molta scena, poca sostanza.
Nei comuni dove il mandato è invece agli sgoccioli, il copione non cambia. Anche se le elezioni sembrano lontane, il clima si surriscalda come se la campagna elettorale fosse già iniziata. Scatta la caccia alle streghe: chiunque dissenta diventa un nemico. I social si trasformano in arene, gli spazi pubblici in ring improvvisati. Volano accuse, allusioni, drammi da operetta spesso più grotteschi che politici. Le polemiche raramente nascono da visioni diverse sulla gestione della cosa pubblica; molto più spesso affondano le radici nell’ambizione personale. Quando mancano le idee, abbondano gli scontri. La politica locale mostra così il suo lato più instabile: oscillazioni continue tra euforia e sconforto, annunci roboanti seguiti da repentini dietrofront, decisioni impulsive, coerenza opzionale e credibilità intermittente. A completare il quadro, una notevole elasticità etica: per qualcuno il fine giustifica davvero qualsiasi mezzo, principi e regole inclusi. Manipolazione e disinformazione diventano strumenti ordinari, mentre empatia e responsabilità restano fuori dall’aula consiliare. In pubblico si predica bene, in privato si razzola altrove.
A completare il quadretto, come ciliegina su una torta già indigesta, tornano in scena gli esclusi: quelli che il responso delle urne e, in alcuni casi dello Stato, aveva cortesemente archiviato tra le note a piè di pagina della storia politica. Oggi si riaffacciano con l’intonazione messianica dei salvatori della patria, fingendo di ignorare un dettaglio trascurabile: il loro passaggio al governo è stato una delle più clamorose sciagure politiche ricordate. Rimasti orfani del potere, che non possiedono ma desiderano con accanimento quasi patologico, si consumano nell’attesa di riottenerlo, pronti a infliggere al Paese l’ennesimo, inutile sequel di una saga che avrebbe dovuto fermarsi al primo disastro.
Le conseguenze, però, non hanno nulla di ironico: sfiducia nelle istituzioni, disillusione politica, fratture sociali sempre più profonde e un clima di conflitto che avvelena il dibattito democratico. La polarizzazione cresce, il confronto si trasforma in scontro e i cittadini si chiudono in schieramenti rigidi.
Eppure, in mezzo a questo rumore, emerge anche un’esigenza nuova: quella della consapevolezza. Serve una cittadinanza meno ingenua e più vigile, capace di guardare oltre la propaganda e di pretendere responsabilità, coerenza e contenuti. Perché la politica, se smette di essere una farsa autoreferenziale, può ancora tornare a essere ciò che dovrebbe: un servizio. Non uno spettacolo.




